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Oggi riporto una testimonianza che mi ha particolarmente toccato che ho letto casualmente su Facebook, poi ho notato che la fonte era ‘Diario di un ipocondriaco’ ed ho cercato la pagina per vedere la finalità della stessa, nella quale in presentazione si legge: “Cari amici di Diario di un ipocondriaco, questa pagina è nata per condividere le nostre ansie e paure legate all’ipocondria, ma nel tempo è diventata anche un luogo in cui chiunque può sfogarsi e raccontare una parte della propria storia. Alcuni ci hanno scritto dicendo che le storie pubblicate sembrano inventate. In realtà, per proteggere l’anonimato e la privacy di chi ce le invia, i testi vengono passati su ChatGPT: questo ci aiuta a togliere riferimenti troppo personali, sistemare qualche errore grammaticale e garantire che nessuno possa essere riconosciuto. Se leggete i commenti, troverete persone che confermano che la loro storia è stata pubblicata, anche se con parole leggermente diverse dal testo originale“.

Francamente poco mi importa se la storia sia stata modificata o meno, é scritta talmente bene, tocca un tasto talmente dolente che ho deciso di rilanciarla. Perché spesso capita proprio questo nelle famiglie, il rischio e di far sentire inadeguato colui che non dà mai problemi, che rischia poi di sentirsi invisibile agli occhi dei propri cari. Qui la storia é chiaramente enfatizzata e sbilanciata dal fatto che uno dei due figli é autistico, ma potrebbe adattarsi perfettamente ad ogni famiglia che ha due figli, uno più tranquillo che non dà mai problemi, per intenderci, e l’altro più ‘ribelle’ . Effettivamente spesso capita che le attenzioni e le energie siano poi unicamente rivolte a chi crea problemi dimenticandosi quasi completamente del figlio ‘bravo’ che invece avrebbe probabilmente lo stesso desiderio di attenzioni del primo. Ma d’altronde anche nei libri sacri si parla della parabola dei due figli o di quella del figliol prodigo che fanno altrettanto riflettere. Vi lascio alla testimonianza

Una testimonianza toccante

Mi chiamo Daniele, ho 24 anni,mi sono laureato con 110 e lode in Ingegneria. Indosso una corona d’alloro che mi punge la fronte e sono seduto al tavolo del ristorante che ho scelto io, ma sto tagliando la carne nel silenzio più totale perché mia madre ha gli occhi lucidi non per la mia tesi, ma perché mio fratello Luca ha appena avuto una crisi e mio padre lo ha dovuto portare fuori nel parcheggio per calmarlo.

Guardo la sedia vuota di Luca. Guardo la sedia vuota di papà. Guardo mia mamma. Lei sta fissando la porta a vetri del ristorante, tesa come una corda di violino, in attesa che rientrino. Non mi guarda. Non guarda la mia pergamena rossa appoggiata sul tavolo, macchiata da una goccia di vino.

«Mamma,» dico piano. «È buona la carne.» Lei si riscuote per un secondo. Si gira verso di me, ma i suoi occhi sono assenti. «Sì, amore, scusa. Speriamo che Luca si calmi. Sai che i posti affollati lo agitano. Forse non dovevamo venire qui. C’è troppa confusione.»

Forse non dovevamo venire qui. Ecco la frase. È il riassunto della mia vita. “Qui” è la mia festa. “Qui” è il posto che volevo io. Ma il “Noi” della nostra famiglia non è una democrazia. È una dittatura basata sui bisogni di Luca. E io non lo odio, Luca. Come potrei? Lui non lo fa apposta. Lui vive nel suo mondo difficile, caotico, doloroso. Lui è innocente. Ma io? Io sono colpevole di essere sano?

Ripenso a stamattina. Alla discussione della tesi. Mentre parlavo dei ponti e dei carichi strutturali, ho visto mio padre in quarta fila che guardava il telefono. Non per noia. Controllava la chat con la badante di Luca. Quando hanno proclamato il voto, mamma ha applaudito, ma poi è corsa subito via perché dovevano andare a prenderlo al centro diurno. Non c’è stata la foto abbracciati fuori dall’università. C’è stato un “Corri Dani, che facciamo tardi”.

Sono cresciuto così. Sono il “Figlio Manutenzione Zero”. Io ero quello che imparava ad allacciarsi le scarpe da solo perché mamma stava cambiando Luca. Io ero quello che si metteva il cerotto da solo quando cadeva dalla bici, perché papà era al telefono con i medici. Io ero quello che portava a casa le pagelle perfette e riceveva un “Bravo” distratto, mentre se Luca riusciva a tenere in mano il cucchiaio si faceva una festa nazionale.

Ho imparato a non avere problemi. Ho imparato a nascondere le mie tristezze, le mie ansie, i miei dolori, perché in casa il “bonus sofferenza” era già tutto esaurito. Non potevo dire “Sono triste” quando mio fratello urlava e si picchiava la testa contro il muro. La mia tristezza sembrava un capriccio ridicolo in confronto al suo dramma. Quindi sono diventato di vetro. Trasparente. Solido. Silenzioso.

Papà rientra. Ha la camicia stropicciata e l’aria stravolta. Luca è con lui. È calmo adesso, ma dondola. Si siedono. Mamma scatta subito. «Come sta? Ha mangiato? Vuole l’acqua?» L’attenzione del tavolo viene risucchiata magneticamente verso di lui. Io rimango lì, al centro, invisibile con la mia corona in testa.

«Tutto a posto,» dice papà, esausto. Poi mi guarda. Sembra ricordarsi improvvisamente perché siamo lì. «Scusa Dani. Allora? Brindiamo?»

Alza il calice. Mamma alza il calice. Sorridono. Sono sinceri, mi vogliono bene. Lo so che mi amano. Ma sono stanchi. Sono consumati. Non hanno più energia per me. Mi hanno dato vitto, alloggio e amore, ma non mi hanno mai dato lo sguardo. Quello sguardo esclusivo che ti fa sentire l’unica persona al mondo.

«A Daniele,» dice mamma. «Che ci dà sempre tante soddisfazioni e non ci dà mai preoccupazioni.»

Bevo il vino. È amaro. Non ci dà mai preoccupazioni. È il più grande complimento che possono farmi, ed è la mia condanna a morte emotiva. Significa: “Grazie per non aver bisogno di noi”.

Sorrido. Faccio la faccia da bravo ragazzo. «Grazie mamma, grazie papà.» Taglio un altro pezzo di carne. Ingoio il boccone insieme al groppo che ho in gola. Guardo Luca che gioca con le posate. Gli accarezzo la testa. Lui non reagisce. Gli voglio bene. Ma mentre tutti brindano, io mi prometto una cosa in silenzio: un giorno avrò una casa mia, una vita mia, e quel giorno mi permetterò il lusso sfrenato, egoista e meraviglioso di avere un problema, di crollare a pezzi e di pretendere che qualcuno mi guardi mentre lo faccio.

Mi chiamo Daniele, e sono il figlio fortunato, quello sano, quello che ha tutto, tranne il diritto di dire che a volte si sente più solo di suo fratello che non parla.

(Fonte: Diario di un ipocondriaco)

Di Erica Venditti

Erica Venditti, Classe 1981, giornalista pubblicista dal 2015. Ho conseguito in aprile 2012 il titolo di Dottore di Ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli studi di Torino. Sono cofondatrice del sito internet www.pensionipertutti.it sul quale mi occupo quotidianamente di previdenza.