Articolo a cura della Dott.ssa Fiorella Mandaglio:

“Il 7 febbraio di ogni anno è una data molto importante per tutti coloro che ruotano intorno al mondo del digitale  in quanto è la giornata mondiale per la sicurezza in rete. Tutti gli esperti del settore organizzano delle attività rivolte ai giovanissimi  che sono gli attori principali del mondo dei social network e su ogni sito dedicato al contrasto dei pericoli in rete si possono trovare video, consigli, racconti rivolti a far capire ai ragazzi le insidie della rete, le netiquette e quali accortezze mettere in atto per navigare sicuri. In questa giornata mi tornano in mente due ragazzini  in particolare rispettivamente di 14 e 12 anni che dopo aver vinto la timidezza durante un incontro volto alla discussione di tematiche inerenti a  cyberbullismo, mode e sicurezza mi hanno stupito con le loro riflessioni. In particolare mi è rimasto nel cuore il primo ragazzo. Lo avevo notato subito, rannicchiato nel suo banco ascoltava e quando chiedevo di interagire e di condividere le loro esperienze si nascondeva vinto dalla timidezza tipica della sua età. Ad un cento punto però quando l’ora a nostra disposizione era quasi finita ha avuto il coraggio di alzare  la mano ed a voce bassa mi chiese se poteva permettersi di fare una domanda che tormentava lui ed altri. Ricordo perfettamente che anche il docente rimase stupito in quanto il giovane era descritto come molto tranquillo e di poche parole, un ragazzo che insomma, interveniva solo se interpellato. A questo punto con voce molto bassa domandò se parlare troppo di bullismo e cyberbullismo attraverso storie crude, interventi spaventosi e video strappalacrime non togliesse la vera essenza e il reale scopo dell’intervento di contrasto. Non nascondo che la domanda mi aveva stupito in quanto in quell’occasione si discuteva di un racconto che non aveva nessuna di questa caratteristiche. Volevo comprendere meglio il loro punto di vista e così chiesi se volesse spiegare meglio. A questo punto, aiutato dai compagni, disse che loro nascono vedendo il riflesso della società che gli adulti postano in rete. Fin da piccoli vedono se stessi  nella vetrina dei social e leggono quello che gli adulti postano senza rispettare alcuna regola di sicurezza e netiquette. Nessuno spiega ai ragazzi il perché si compiano alcune azioni in rete, le origini e come nascono i reati, loro apprendono per tentativi prendendo l’esempio dagli adulti , ovviamente aiutati anche dalla loro capacità maggiore di apprendimento che il genitore purtroppo perde con l’avanzare dell’età. Nessuno si preoccupa di spiegare cosa sono per esempio gli stereotipi, perché alcune azioni si danno per scontate,  il senso, le ragioni che hanno portato la società a creare norme per contrastare alcuni fatti comuni che sono il frutto di ideologie difficili da scardinare nella vita degli adulti. In pratica tutti dicono il fatidico  non si fa, ma nessuno spiega l’origine del perché senza dimenticare che gli adulti stessi in modo molto incongruente dicono una cosa , per esempio non condividere foto di nudo e ne postano un’altra.

Tutto questo viene dato per scontato dagli adulti che si ricordano dell’educazione digitale solo in talune occasioni. Durante gli interventi  di sensibilizzazione e ricerca della sicurezza in rete,  si tende a proporre eventi così detti ad effetto che mostrano l’azione fatta, il dramma psicologico e storie crude che rischiano di abituare i giovani –  che vedono di tutto in rete –  a vedere anche queste brutte storie come normale evento derivato dalla rete e quello sfigato che è stato beccato.

A questo punto mi chiedo da tempo per quale motivo nonostante le campagne di sensibilizzazione  i casi di bullismo e cyberbullismo aumentano e i ragazzi  restano intrappolati nelle insidie della rete anche dopo aver visto e sentito storie definite crude?

 Ma come recita il detto, il bicchiere si deve vedere sempre mezzo pieno, e qui entra in gioco il ragazzino più piccolo. Attivo e vivace, grande smanettone- come si era definito – si fa portavoce di tutti quei ragazzini che crescono nel web e come i vecchi ragazzi di strada imparano da soli a difendersi attraverso l’esperienza. Un ragazzino che vuole condividere quello che gli è capitato e divulgare agli altri come ha fatto a togliersi dai guai. Specifica che in un mondo fatto di adulti che usano il digitale in modo superficiale, loro devono fare rete e aiutarsi per evitare le bruttezze del web spronando i contatti in rete ad un comportamento corretto,  correggendosi a vicenda ed invitando gli amichetti che sbagliano a rimuovere il contenuto, cosa che gli adulti non fanno quasi mai se non in nei casi definiti gravi. Il suo punto di vista era quello insegnare agli amici a segnalare tra loro il contenuto da rimuovere, la parola non adeguata, la foto che può mettere in ridicolo anche quando il genitore non si accorge del fatto. A cosa serve rimproverare il minore che dice le parolacce se poi noi stessi le postiamo e non facciamo nulla per rimuoverle?  I due giovanissimi mi hanno fatto riflettere sul fatto che la giornata mondiale di sensibilizzazione che si rivolge principalmente al mondo scolastico dovrebbe essere condivisa  e promossa anche nel mondo del lavoro. I giovanissimi imparano e conoscono aspetti tecnici del web che gli adulti minimizzano o ignorano. L’uso non consapevole dell’avatar virtuale e dei molteplici canali messi a disposizione nel web genera pericoli in cui cadono anche gli adulti che sono tra i primi autori di nuove trappole della rete. Se i giovani imparano dagli adulti è dovere di tutti sensibilizzare anche costoro attraverso una concreta educazione digitale che non si limiti ad una sola giornata o un solo convegno ma che possa promuovere un corretto uso del web anche attraverso la rete“.

Di Erica Venditti

Erica Venditti, Classe 1981, giornalista pubblicista dal 2015. Ho conseguito in aprile 2012 il titolo di Dottore di Ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli studi di Torino. Sono cofondatrice del sito internet www.pensionipertutti.it sul quale mi occupo quotidianamente di previdenza.