Come genitori spesso ci interroghiamo sull’importanza dell’intelligenza artificiale nelle scuole e nelle vite dei nostri figli e anche come giornalista ho preso parte a diversi corsi di approfondimento al riguardo, il fulcro degli stessi era strumento utile o da guardare con sospetto per le nuove generazioni che rischieranno di perdere la connessione con la realtà? I

Il Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, in provincia di Padova, il Dott. D’Ambrosio che avevamo avuto il piacere di intervistare qualche mese fa, sul suo profilo social spesso affronta temi di grande attualità ed ha approfondito anche l’utilità dell’AI in ambito scolastico e nella vita dei nostri giovani, per questo da oggi lo avremo come ospite nella nostra categoria ‘scuola’. Vi lasciamo dunque alle sue parole:

Il timore sull’AI: ” E se l’AI facesse i compiti al posto dei nostri figli?”

“C’è un timore che torna spesso nelle riunioni con i genitori e nei corridoi della scuola: “E se il digitale ci rubasse il profumo della carta? E se l’AI facesse i compiti al posto dei nostri figli?”

La capisco, questa paura. È la stessa che proviamo quando vediamo un ragazzo guardare il mondo da uno schermo e ci chiediamo se, così, non stia perdendo il mondo vero.

È la paura di noi genitori.

La verità è che la scuola non deve scegliere tra bosco e broadband. Deve insegnare a stare nel bosco con rispetto e stare online con testa. Perché la tecnologia non è un destino: è uno strumento. E uno strumento, a scuola, vale per come lo suoni.

Provo a spiegarmi in maniera semplice semplice.

La ricerca ci dice che il digitale funziona quando serve a spiegare meglio, a praticare di più, a dare feedback subito, a includere chi fa più fatica. Non quando riempiamo la classe di app come fossero coriandoli. Funziona quando un esercizio di matematica ti porta a dire: “Hai sbagliato qui, prova così, proviamo altre strategie e altri strumenti”, e l’insegnante il giorno dopo parte da lì. Funziona quando il tablet non sostituisce il quaderno, ma ti fa fare qualcosa che il quaderno non può.

Sull’AI vale una cosa semplice: non è solo la giostra che scrive i temi. Da anni esistono tutor intelligenti che ti allenano passo passo, sistemi che adattano il percorso, strumenti che danno voce a chi voce non ne ha (dalla sintesi vocale ai sottotitoli automatici), dashboard che aiutano i docenti a capire di cosa hanno bisogno i ragazzi, adesso, pianificando e analizzando dati, con la matematica, la nostra amata Matematica. L’AI non deve fare al posto tuo: deve aiutarti a farlo meglio.

E la carta? Resta. Anzi: con i testi più densi, informativi, la carta è ancora un piccolo superpotere. Quindi non buttiamo i libri, semmai impariamo a scegliere il mezzo giusto per il compito giusto: narrativa qui, studio profondo lì, laboratorio digitale quando serve. La scuola matura è quella del “e… e”: carta e schermo, cortile e coding, mani nella terra e mente nei dati, tinkering e materiale povero, ma anche digitale e led e transistor..

Ok, ok , mi direte, ma resta la paura dei compiti “fatti dall’AI”. Ho paura di avere dei figli senza testa e senza cuore, uccisi da una intelligenza artificiale.

Qui il punto non è proibire per sempre, ma educare all’uso onesto: da anni si parla (in primis nella didattica della matematica) di dare compiti che chiedono processo, non solo prodotto; tracce che prevedono passaggi, bozze, orali di riflessione; rubriche che valutano come arrivi alla risposta; momenti in cui l’AI è esplicitamente ammessa (per idee, per controlli, per simulazioni) e momenti in cui non lo è.

Se insegniamo a dichiarare gli strumenti usati, a citare, a spiegare le scelte, l’AI diventa palestra di etica oltre che di competenze.

E poi c’è la natura. Non è il controcampo del digitale: è il suo antidoto e il suo alleato. Portiamo i bambini fuori, facciamo lezione tra gli alberi, costruiamo stazioni di apprendimento sul prato e, tornati in classe, usiamo il digitale per analizzare ciò che abbiamo visto: una foglia scansionata al microscopio digitale, una mappa condivisa del percorso, un dataset sulle ombre al variare dell’ora, costruiamo un robot che innaffi le piante e rileva l’umidità del terreno La connessione con la realtà non si perde: si allarga.

Infine, le regole. Non bastano i cartelli “vietato”. Servono patti educativi chiari: quando si usa, come si usa, perché si usa. Diritti, doveri, privacy, etica, benessere.

E serve una frase che i ragazzi capiscano: “Non ti sto togliendo il telefono. Ti sto aiutando a diventare il tipo di persona che non ne è schiava.”

In una scuola così, l’AI non ruba i compiti: restituisce domande. Il digitale non cancella il bosco: ci insegna a rivederlo meglio. E la paura? Resta, perché è umana. Ma diventa carburante: quella spinta che ci fa fare le cose con cura e ci porta a migliorare“.

Di Erica Venditti

Erica Venditti, Classe 1981, giornalista pubblicista dal 2015. Ho conseguito in aprile 2012 il titolo di Dottore di Ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli studi di Torino. Sono cofondatrice del sito internet www.pensionipertutti.it sul quale mi occupo quotidianamente di previdenza.