Mesi fa mi sono imbattuta in alcuni post molto profondi ed interessanti relativamente alla scuola e ad un nuovo approccio all’esame di terza media, ne sono rimasta affascinata e per giorni ho seguito quel profilo leggendo con gioia ed ammirazione diverse frasi ricche di spunti di riflessione, alla fine mi sono decisa e nei giorni scorsi ho provato a contattare l’autore, un dirigente scolastico, Alfonso D’Ambrosio, ne é uscita un’intervista meravigliosa che non richiede molte altre parole di introduzione, questa é la scuola che vorrei, che sogno anche per i miei figli, che sempre più spesso si fatica a trovare. Ma da qualche parte ci sono bambini e ragazzi fortunati che hanno modo di frequentare questo complesso dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado. Ulteriori mie parole non servirebbero, vi lascio alle sue . L’intervista é lunga, ma merita! Grazie di cuore ad Alfonso D’Ambrosio.
L’intervista esclusiva ad Alfonso D’Ambrosio: ‘Forse non vi piaceranno ma ho tanti sogni e grandi progetti per la scuola”
Erica Venditti: “Gentile Dott. Alfonso D’Ambrosio, ho letto tanti suoi post, dove si parla di inclusività, di un approccio educativo aperto al dialogo che punta a tirare fuori il meglio da ogni ragazzo, anche tra i docenti che lavorano nella sua scuola vi è spirito collaborativo e desiderio di crescere e migliorarsi sempre. Un approccio certamente di pregio, visto che sono mamma e giornalista, e non solo vivo in prima persona le difficoltà della scuola sulla pelle dei miei figli che spesso fanno i conti con la scarsa empatia dei docenti e l’ansia da prestazione per la paura di essere oggetto di giudizio, ma anche perché ho più volte pubblicato articoli sulla scuola e sulle mancanze della stessa. Le va di dirci dove è dirigente, in quale scuola, e quale è dunque il vostro approccio di didattica, al fine di spiegarlo ai nostri lettori?“
Dott. D’Ambrosio: “La ringrazio per le sue parole, che colgo come invito a raccontare non solo ciò che accade nella scuola che dirigo, ma anche quale visione l’anima. Da sei anni sono dirigente dell’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, in provincia di Padova, che abbraccia tre comuni dei Colli Euganei (Lozzo Atestino, Vo’ e Cinto Euganeo) e comprende nove plessi: tre scuole dell’infanzia, tre primarie e tre secondarie di primo grado.
Vengo da una lunga esperienza di insegnamento: ho fatto il docente di matematica e fisica per 15 anni, e continuo a sentirmi insegnante ogni volta che entro in classe. Sono un fisico di formazione, mi occupo da tempo di robotica educativa, di didattica della fisica e di tinkering, quell’approccio educativo che valorizza il fare con le mani, l’uso creativo dei materiali, l’errore come opportunità di scoperta.
Quando sono arrivato in questa scuola, la prima azione non è stata “fare”, ma ascoltare. Credo profondamente che un dirigente debba prima di tutto comprendere la comunità che abita: le persone, i contesti, le culture professionali. È da questo ascolto che è nata la nostra visione.
La nostra scuola punta a liberare le potenzialità, non solo degli studenti ma anche dei docenti. Abbiamo costruito, in questi anni, una comunità professionale che valorizza la condivisione, la ricerca didattica, l’innovazione dal basso. Ogni insegnante porta con sé competenze uniche: abbiamo voluto creare spazi per farle emergere, come le giornate pedagogiche in cui i docenti si osservano a vicenda, scambiano pratiche, si mettono in discussione con fiducia.
Il nostro approccio educativo si fonda su cinque verbi — liberare, accogliere, capovolgere, rischiare, curare — che sono anche i titoli dei capitoli dei miei libri, scritti con docenti e dirigenti da tutta Italia. Crediamo in una scuola che non riempie le teste, ma che costruisce relazioni, ambienti di apprendimento stimolanti, percorsi personalizzati. Una scuola che non dà risposte preconfezionate, ma che invita a porre domande intelligenti.
Abbiamo introdotto ambienti innovativi come una stanza multisensoriale interamente in legno naturale, nata dalla collaborazione con l’Università IUAV di Venezia. Abbiamo inserito tapis roulant e cyclette nelle sale insegnanti per promuovere benessere. Abbiamo realizzato un impianto di ventilazione meccanica controllata, oltre alla climatizzazione, grazie alla sinergia con enti locali. Tutto questo perché il benessere, anche fisico, è parte integrante dell’apprendimento.
La nostra scuola sperimenta una valutazione narrativa alla secondaria, senza numeri, dove si dà valore ai percorsi e non solo ai risultati. Sosteniamo un approccio inclusivo che va oltre le etichette, costruito ogni giorno con attenzione, delicatezza, rispetto per le storie personali di ciascuno.
Sappiamo che non tutto è perfetto. Esistono ancora — lo dico con franchezza — resistenze, rigidità, talvolta una didattica trasmissiva che genera ansia. Ma crediamo che questa sia una minoranza, sebbene a volte rumorosa. La stragrande maggioranza dei nostri insegnanti crede in una scuola che accoglie, che innova, che si prende cura.
Infine, cito sempre una frase a me cara: “La scuola, vista da dentro, è molto meglio di come appare da fuori”.
Spero che questo racconto possa restituire ai suoi lettori il senso profondo del nostro lavoro quotidiano: una scuola possibile, fatta di persone, relazioni, visioni e tanto coraggio“.
Erica Venditti: Ho letto che il vostro esame conclusivo di terza media è molto particolare, anche se a mio avviso andrebbe diffuso ovunque, e prevede, riporto le sue parole: “Una prova di competenza. Una prova esperta. Gli studenti e le studentesse, fin dal mese di gennaio, sono affiancati da un docente tutor che li guida nel racconto di sé e nella realizzazione di un progetto concreto per la comunità. Nel giorno dell’esame, i primi 5 minuti li usano per raccontare chi sono, il loro percorso, lo fanno in inglese e nella seconda lingua. Lo chiamiamo THIS IS ME. Nei 15 minuti successivi raccontano cosa hanno lasciato, per davvero, alla comunità. Lo chiamiamo THIS IS FOR YOU”. A me ricorda molto l’arte maieutica di Socrate quella capacità di andare oltre ai testi permettendo ai ragazzi con le competenze raggiunte, certamente anche grazie a i libri, di raccontare qualcosa di loro stessi e sentirsi parte attiva di un progetto. Ho colto abbastanza? Le va di dirci come affrontano i ragazzi questa esperienza?
Dott. D’Ambrosio: “Grazie, davvero, per questa domanda così sensibile e profonda. Sì, ha colto il senso. Ha colto l’essenza di un esame che, nella nostra scuola, non è solo un momento conclusivo, ma un passaggio trasformativo. Un’opportunità autentica di crescita, consapevolezza e responsabilità.
All’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, da quattro anni abbiamo scelto di rinnovare profondamente l’esame conclusivo del primo ciclo. Lo abbiamo fatto non per “abbassare l’asticella”, ma per riallinearla al senso più autentico della scuola: preparare cittadini consapevoli, capaci di agire nel mondo con intelligenza e cura.
All’inizio, lo ammetto, c’è stato anche scetticismo da parte di alcuni insegnanti. È normale. Ogni trasformazione vera incontra domande, dubbi, resistenze. Ma poi è successo qualcosa. Quando l’abbiamo avviato per davvero, quando abbiamo visto gli studenti trasformare le loro competenze in azioni concrete per la comunità, tutto è cambiato. Lo sguardo dei docenti è cambiato. Perché questo è un esame esperto, è service learning autentico. Dove “This is for you” non è uno slogan, ma è ciò che davvero i ragazzi lasciano alla collettività. Nel concreto, il nostro esame orale è così strutturato:
- Nei primi 5 minuti, ogni ragazzo e ragazza si racconta in lingua inglese e nella seconda lingua studiata. Chi sono, da dove vengono, cosa amano, quali sogni li muovono.
Lo chiamiamo THIS IS ME. - Nei 15 minuti successivi, presentano un progetto reale, costruito e realizzato per la comunità.
Lo chiamiamo THIS IS FOR YOU.
Non è un powerpoint. Non è un esercizio. È vita vera. Un percorso progettuale di 4-5 mesi, affiancati da un docente tutor, con la possibilità di collaborare anche con enti del territorio, associazioni, esperti, famiglie. I progetti sono i più diversi:
- Una mostra fotografica per raccontare il proprio paese.
- Un regolamento di cittadinanza digitale costruito insieme ai compagni.
- Una app funzionante, o un sito web sul proprio territorio.
- Un murale realizzato con gli altri studenti.
- Un pranzo etnico cucinato per la scuola.
- Uno spettacolo teatrale portato agli ospiti della casa di riposo.
- Un laboratorio sulla diversità per i bambini della primaria.
E poi ci sono storie che restano dentro. Come quella di Saida (nome di fantasia), 14 anni, figlia di padre somalo e madre italiana. È tornata in Italia dopo sei anni vissuti in Somalia. Ha portato con sé un oggetto: cinque persone stilizzate che si abbracciano, lo ha chiamato Ubuntu.
“Io sono perché noi siamo”. Questo il significato profondo.
Nel suo progetto d’esame ha immaginato di trasformare un luogo abbandonato di Padova in uno spazio di incontro, per giovani, anziani, famiglie. Ha costruito un plastico, parlato con il quartiere, e vuole davvero provare a farlo diventare reale.
Questo il suo esame. Questo il suo gesto. UBUNTU. IO SONO PERCHÉ NOI SIAMO.
E non è tutto. Accanto all’orale, ci sono anche le prove scritte, come previsto dalla normativa. Ma anche qui stiamo cercando di superare la logica puramente nozionistica.
- In italiano, ad esempio, quest’anno abbiamo proposto testi argomentativi su temi attuali, come l’uso dello smartphone, o le implicazioni dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana.
- In matematica, abbiamo proposto quesiti che intrecciano contenuti con altri ambiti disciplinari, come la biologia, la sostenibilità, l’ambiente.
- In lingua inglese, i ragazzi portano con sé anche le esperienze maturate negli scambi Erasmus, i progetti CLIL, le lettere inviate a studenti di altri Paesi.
In ogni fase, al centro ci sono le competenze, la capacità di riflettere, argomentare, costruire legami tra saperi e vita.
È un esame rigoroso ma umano. Dove la cittadinanza non si studia, si agisce. Dove nessuno è escluso, e tutti, davvero tutti, hanno la possibilità di essere protagonisti.
E sa qual è la cosa più bella? Vedere la fierezza negli occhi dei ragazzi, l’emozione dei docenti, la sorpresa delle commissioni. Capire che sì, si può cambiare, si può dare dignità all’esame, renderlo un momento generativo, e non solo valutativo. Perché i nostri studenti e le nostre studentesse non stanno solo superando una prova: stanno costruendo il futuro. Oggi. Insieme. Grazie, davvero“
Erica Venditti: “Mi ha colpito molto un articolo pubblicato da Orizzonte scuola nei giorni scorsi dal titolo: “Maturità 2025, le parole di uno studente diventano virali sui social: “A 18 anni è l’unica volta che gli adulti mi ascoltano davvero. Voglio essere guardato, non giudicato”. Che effetto le fa sentire parlare un ragazzo così? È una richiesta di aiuto da parte di questa generazione o come dicono altri, si tratta delle solite lamentele sterili di questi giovani d’oggi?“
Dott. D’Ambrosio: “Voglio essere guardato, non giudicato.” Questa frase, pronunciata da uno studente durante la Maturità e diventata virale, mi ha colpito profondamente. Non è solo uno sfogo emozionale: è una richiesta di senso. Un bisogno umano, autentico, universale. E sì, è una richiesta di aiuto, ma anche di alleanza, di prossimità, di fiducia.
C’è chi liquida queste parole come l’ennesima “lamentela sterile” dei giovani d’oggi. Ma io – che ho avuto e ho ancora il privilegio di parlare con ragazzi di tutte le età, dai più piccoli fino ai diciassettenni e diciottenni – non ci sto. Perché se solo ci fermassimo ad ascoltarli davvero, ci accorgeremmo che sono migliori di come spesso li raccontiamo.
Non è vero che sono tutti persi tra TikTok e superficialità. È vero, vivono nel loro tempo, con strumenti nuovi, diversi da quelli che avevamo noi. Ma sotto la superficie, le domande sono le stesse:
- Domande sulla pace e sulla guerra.
- Domande sull’ambiente, sull’urgenza del cambiamento.
- Domande su cosa significhi avere amici veri, alleanze vere, anche con gli adulti.
- Domande su chi sono, dove stanno andando, cosa possono dare al mondo.
Quello che chiedono è semplice e profondo: “Guardami. Siediti accanto a me. Condividiamo questo pezzo di strada.” E noi adulti, educatori, genitori, dirigenti, non possiamo tirarci indietro.
Oggi, come dirigente scolastico, cerco di costruire una scuola in cui non si giudica per sottrazione, ma si guarda per comprendere, si valuta per accompagnare, si educa perché si crede. Una scuola che parli il linguaggio del presente – sì, anche quello dell’intelligenza artificiale, dei temi etici, della transizione ecologica – ma che lo faccia senza rinunciare a ciò che è antico e fondamentale: la matematica, la filosofia, l’arte, la musica, la bellezza del pensiero e della creazione.
Abbiamo bisogno di una scuola che non separa cultura da umanità, che sa riconoscere la fragilità e la forza che convivono nei nostri ragazzi. Una scuola che non pretende di rispondere a tutto, ma che resta accanto. Che non fa lezione sul mondo, ma cammina con i ragazzi dentro il mondo.
Quella frase, “Voglio essere guardato, non giudicato”, è tutto questo. È un appello alla nostra responsabilità adulta. E dobbiamo esserne fieri: perché se un ragazzo ci chiede di guardarlo, vuol dire che crede ancora in noi. E io, di questa generazione, mi fido. Più di quanto loro immaginino.
Erica Venditti: “Il tema dell’ascolto, della necessità di essere visti, a me fa tornare alla mente la lettera che Enrico Galiano aveva letto sul suo profilo, ove una ragazza di 4° liceo chiedeva ai suoi professori di essere vista, appunto, e non solo giudicata e chiedeva ai docenti che senso avesse ancora per loro quel lavoro. Io ho pubblicato non solo quella lettera, ma anche la risposta di una docente, Valentina Petri, che ho intervistato e che ha molto apprezzato le parole della ragazza, facendo notare che però anche gli insegnanti faticano a stare dietro ai programmi e alle richieste fatte ‘dall’alto’, le inserisco qui i due riferimenti (https://ultimenews.info/scuola-didattica/lettera-ai-professori-ma-perche-insegnate-il-testo-integrale-diventato-virale-di-una-liceale/- https://ultimenews.info/scuola-didattica/scuola-e-merito-lintervista-allautrice-di-portami-il-diario-valentina-petri/ , cosa ne pensa delle critiche della ragazza e delle affermazioni della sua collega?“
Dott. D’Ambrosio: “Guardami. Non giudicarmi.” “Perché insegnate?” “Quando ci guardate, cosa vedete?” Sono domande che tolgono il fiato. Che fanno tremare i polsi. Sono domande che una studentessa di 17 anni ha avuto il coraggio di scrivere nero su bianco, appese ai muri della sua scuola. Domande che, come educatore, non posso ignorare.
Quella lettera – così cruda e sincera – non è una lamentela. È una richiesta d’aiuto.
Ma anche molto di più: è un appello alla responsabilità educativa, un monito rivolto agli adulti perché tornino a “vedere”. Perché, come ha scritto Valentina Petri – che con straordinaria onestà ha risposto a quelle stesse domande – la scuola è un luogo pieno di luci al neon, dove “vi vediamo” davvero.
Io sono convinto di questo: i ragazzi e le ragazze di oggi sono migliori di come spesso vengono descritti.
Non sono una generazione persa tra TikTok e superficialità.
Sono giovani che pongono domande difficili, che cercano senso, che si chiedono cosa significhi davvero giustizia, amicizia, futuro. Lo fanno nel linguaggio del loro tempo, che a volte ci spiazza, che va decodificato. Ma sono domande che anche noi ci siamo posti a 17 anni.
E allora sì, serve una scuola che non abbia paura di guardare negli occhi, di prendersi cura, di non rispondere sempre, ma di camminare accanto. Nella scuola che dirigo, da sei anni, abbiamo provato a dare spazio a tutto questo. Il nostro esame di terza media è un esame trasformativo: non solo valutazione, ma azione, presenza, ascolto. I ragazzi preparano un progetto reale per la comunità, lavorano con un tutor, presentano chi sono davvero – This is me – e cosa hanno lasciato nel mondo – This is for you.
Non portano solo voti. Portano la loro storia, le loro mani, le loro idee.
C’è chi scrive un regolamento di cittadinanza digitale, chi costruisce un orto scolastico, chi sviluppa un sito sul proprio paese. E lo fanno per davvero. Non per un voto.
In quei giorni li guardiamo tutti, in silenzio. E ci commuoviamo. Perché sono solo ragazzi e ragazze di 13 o 14 anni, ma stanno già costruendo il mondo che verrà. Non possiamo dire che sia facile. Anche gli insegnanti faticano. Fanno i conti con programmi troppo densi, burocrazia opprimente, stress continuo.
Come dice Valentina Petri, insegnare non è una missione. È una responsabilità enorme. Un privilegio fragile. Un equilibrio instabile.
Ma se oggi una ragazza scrive: “Non mi sento vista, non mi sento ascoltata”, allora la scuola ha il dovere di rispondere. Di fare un passo. Di cambiare.
Io credo che non sia tempo di giudicare i ragazzi. Ma di scommettere su di loro.
E, perché no, anche su di noi. Perché forse non possiamo sempre essere “prof eccellenti”, ma possiamo essere adulti presenti.
E questo, in tempi fragili, vale più di mille lezioni ben spiegate.
Come scrive Steiner, “gli insegnanti eccellenti sono rari come gli artisti virtuosi”. Ma io credo che non serva essere eccellenti, basta essere veri. E mettersi accanto ai nostri studenti, giorno dopo giorno, come chi sa che la scuola non è un luogo perfetto, ma è il luogo dove tutto può cominciare“.
Grazie molte Alfonso, abitassi in provincia di Padova a Lozzo Atestino saprei per certo dove iscrivere mia figlia! Ho colto un mix tra il metodo Montessori e l’arte maieutica di Socrate, esattamente quello che vorrei che i miei figli sviluppassero a scuola. Perché le materie che si studiano per il voto si scordano, ma le esperienze vissute restano per sempre ed educano più di mille pagine.
