Nei giorni scorsi avevamo pubblicato la lettera di una studentessa liceale, letta da Enrico Galiano, che accusava la scuola di essere ingiusta, poco meritocratica e molto poco stimolante per i ragazzi. Una missiva forte, di denuncia che ha fatto molto discutere sui social ed é diventata virale. Ieri ho avuto il piacere di imbattermi in un post Facebook pubblicato sulla pagina ‘Portami il diario’ di Valentina Petri, una docente di lettere all’Ipsia Lombardi, un istituto tecnico di Vercelli, e autrice di tre romanzi editi da Rizzoli che parlano di scuola, che con simpatia ironizzava sul suo tentativo, vano, di spiegare attraverso un video una lezione in classe ai ragazzi. Ragazzi che erano più intenti ai vari dettagli di chi parlava (aspetto fisico, outfit e ambiente) piuttosto che dai contenuti della lezione. Ecco perché trovando bella la descrizione e comprendendo una buona dose di ironia mista a empatia nei confronti dei ragazzi, mi sono permessa di contattarla e chiederle se era disposta a rispondere alle domande poste nella lettera della ragazza, domande importanti ( Perché insegnate? Quando ci guardate che cosa vedete ?Credete che essere insegnanti sia un lavoro sociale?)che solo un docente con la voglia di mettersi davvero in discussione poteva affrontare. Eccovi allora cosa é emerso dal confronto e un grazie di cuore a Valentina Petri per essersi prestata raccontandoci anche parte del suo vissuto da studente. Vi lasciamo alle sue parole:

L’intervista esclusiva a Valentina Petri autrice di ‘portami il Diario’

Erica Venditti: Professoressa cosa ne pensa dopo aver letto la lettera della ragazza, l’ha colpita visto il lavoro che svolge o pensa siano solo ‘lamentele’ di una studentessa?

Prof.ssa Valentina Petri: “Lo sfogo della studentessa romagnola è un j’accuse molto potente alla scuola e arriva in un periodo, il mese di maggio, in cui chi frequenta le aule, davanti e dietro la cattedra, si trova a vivere momenti di enorme stress. Ha ragione da vendere, la ragazza. Ci sono passaggi nella sua lettera che vorrei aver avuto il coraggio di scrivere io alla sua età, triturata da un ginnasio che lasciava poco spazio per respirare, e mentirei se dicessi che si dimentica, come i dolori del parto (che per la cronaca, non si dimenticano neppure quelli). Ma visto che mi trovo a fare l’insegnante provo a rispondere a quelle domande finali con tutta la sincerità di cui sono capace.

E allora eccole: “Perché insegnate?”.

Si insegna per tanti motivi, e alcuni sono sbagliati. Ma chi insegna per i motivi giusti lo fa – io credo – per amore. Amore di quello che insegna. “Prof, ma a lei ‘ste robe piacciono sul serio!” sbottano ogni tanto gli studenti e per me è il più bello dei complimenti. E amore per l’idea di trasmettere quello che amiamo, di passare il testimone, non certo per finire un programma che nemmeno esiste più (e però poi alla fine bisogna farlo). Lo facciamo come possiamo. Schiacciati da un sistema che valuta anche noi, che ci chiede di raggiungere obiettivi, di “attirare l’utenza nel nostro istituto” e di essere a prova di ricorso. Ci piacerebbe di più insegnare se potessimo farlo senza perdere metà del tempo a pianificare, e l’altra metà a dimostrare quanto svolto e come, in che modalità.

Passiamo alla seconda domanda della ragazza: “Quando ci guardate cosa vedete?”

Questa è una domanda personale. Io vedo ragazzi e ragazze, persone. Vedo giovani smarriti o determinati, ambiziosi o rassegnati, frustrati o motivati. Vedo che livellare una generazione appiattendola e appiccicando la definizione di generazione ansiosa o fragile è sterile. Vedo l’enorme privilegio di poter accompagnare per un tratto le generazioni del futuro e la speranza di contagiarle di un po’ della passione che ho. Con risultati alterni. Con la consapevolezza di avere il pubblico più difficile di tutti i teatri, di avere il target più esigente e di recitare sul palco più scalcagnato. Ma a differenza del teatro, dove si recita con le luci addosso e la platea è buia, a scuola i neon sono accesi tutto il giorno e vi vediamo. In tanti, vi vediamo.

Ed infine: “Credete che essere insegnanti sia un lavoro sociale?”.

Il mio lo è lavoro a contatto con una realtà variegata e complicatissima dove la scuola è spesso per molti l’unico barlume di normalità. Lavoro in un contesto in cui il mero nozionismo viene molto dopo l’aspetto umano, ma lo so benissimo che ci sono scuole dove sembra di essere inghiottiti in un gorgo di ansia, frustrazione, dove tutto ruota intorno al malefico numeretto della media scolastica. Non dovrebbe essere così ma talvolta accade. Essere insegnanti non è una missione e non è il lavoro più bello del mondo (cioè sì, ma solo certi giorni, forse): insegnare è una responsabilità, un peso e un privilegio. E’ la paura di dover maneggiare con cura il futuro e la consapevolezza che ogni mattina c’è la possibilità di aggiustare il tiro e ricominciare. Vorrei che in questa lotta per una scuola migliore gli studenti e i docenti fossero uniti, ma non è solo utopistico è anche ingiusto. Le rivoluzioni le fanno i giovani. E fanno bene a farle“.

La ringrazio moltissimo specie per essere stata così sincera ed aver ammesso che anche lei avrebbe voluto avere il coraggio di dire quelle cose quando era una studentessa. E’ bello che un docente possa apprezzare anche uno sfogo, quando dentro vi sono critiche che possono divenire costruttive se ci si apre ad un confronto ‘onesto’ tra docenti e studenti.

Grazie a lei per avermi permesso di dire la mia“.

Chiudo con la frase dello scrittore e saggista George Steiner che mi pare più che calzante in questo contesto: “Insegnanti eccellenti, capaci di accendere un fuoco nelle anime nascenti dei loro allievi sono forse più rari degli artisti virtuosi o dei saggi’, da quel poco che ho avuto modo di leggere dalle sue parole, da come descrive i suoi studenti, mi pare davvero lei vada in questa direzione; che poi l’empatia, credo resti, al di là dei contenuti, la chiave vincente sempre. D’altronde Socrate parlava di maieutica, l’arte di tirare fuori (il meglio da ognuno e la conoscenza da ognuno), la scuola, credo, dovrebbe avere questo compito non solo ‘riempire’ di nozioni, che tra l’altro, lo sanno bene quanti hanno finito la scuola da un pezzo, nella vita le materie si dimenticano, ma gli insegnamenti, e i docenti di ‘peso’, restano nel cuore.












Di Erica Venditti

Erica Venditti, Classe 1981, giornalista pubblicista dal 2015. Ho conseguito in aprile 2012 il titolo di Dottore di Ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli studi di Torino. Sono cofondatrice del sito internet www.pensionipertutti.it sul quale mi occupo quotidianamente di previdenza.