La perduta arte di essere vecchi. Un tempo la vecchiezza era una dote, un passaggio iniziatico che ci portava dalla maturità alla saggezza. I vecchi rappresentavano il patrimonio del mondo, come una fiamma che faceva bruciare il ricordo delle tradizioni, le fiabe attorno al focolare, le zuppe calde fumanti, le terre contadine che davano cibo ad un’intera comunità.
Poi è successo qualcosa È successo che abbiamo cominciato a pensare ai vecchi come a qualcosa di inutile, qualcosa che non fosse privilegio per il mondo ma un peso di cui disfarsi. Allora abbiamo cominciato a portare i vecchi nelle case di riposo, come se un vecchio avesse bisogno di riposo. Abbiamo intonato l’eterno riposo quando avevano ancora molto da dare e fare. Abbiamo iniziato a pensare che i vecchi potessero fare a meno della vita e li abbiamo espulsi dalla vita, espulsi dalle attività sociali, espulsi dalla società, come dei ferri vecchi buttati in un’immondizia incivile.
Abbiamo dimenticato il miracolo della vecchiezza e abbiamo pensato che quell’antica saggezza fosse solo una foto ingiallita della vita. Abbiamo dato ai vecchi l’ultimo posto anziché vedere in loro le enormi potenzialità. Abbiamo preferito assumere babysitter anziché dare ai vecchi il ruolo di nonni. Abbiamo fatto creder loro di essere inabili. Eppure il cuore di un vecchio contiene un amore talmente profondo e grande che potrebbe nutrire intere generazioni di bambini.
Ma abbiamo preferito mettere i bambini davanti ai tablet anziché esporli alle premure amorevoli di un nonno. Così abbiamo creato vecchi sempre più soli e bambini sempre più pieni di vuoti. Sarebbe facile cambiare le carte in tavola. Sarebbe semplice aprire case non di riposo ma di divertimento, dove vecchi e bambini stiano insieme, l’uno nutrendo l’altro I vecchi sono una risorsa incredibile come i bambini. E dovremmo chiederci che cosa ci guadagniamo a relegare i nostri vecchi negli angoli del mondo anziché dar loro un ruolo di primaria importanza.
