Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un post davvero simpatico di Emiliano Miliucci che ha una pagina Facebook molto seguita, oltre 60 mila followers, e che si descrive ironicamente così: “Cialtrone generico che aspira a diventare un cialtrone specializzato”, devo dire che il contenuto del suo scritto mi ha subito colpito e mi ha fatto tornare in mente un concorso a cui ho partecipato di recente, ove mentre ero in fila ho pensato pressappoco le stesse cose di Emiliano, ma senza avere la capacità di descriverle così in modo ironico, a me, ricordo bene, era salito solo il nervoso. Mi sono domandata anch’io cosa potesse spingere quella fiumana di gente, me compresa, a partecipare ad una prova in cui, nel mio caso, erano disponibili per il Piemonte solo 7 posti per un posto da funzionario all’Agenzia delle Entrate. Ed ho provato anch’io nell’attesa di entrare, in quella che mi é parsa fin da subito un’impresa impossibile, per organizzazione, tempo, numero di persone, a scrutare le persone e ad immaginarmi cosa le avesse spinte lì, per quali ragioni ci stessero provando. Io sono stata inoltre fortunata perché a me tentarlo, se escludiamo i tre mesi di studio, é costato poco in quanto la sede delle prove era a Torino ed io sono di Torino, ma effettivamente mi sono immaginata le difficoltà ed i costi di tutti quelli che arrivavano da più distante, visto che la mia città é stata sede del concorso per tutte le persone provenienti dal Nord Italia. Lui ha partecipato ad un concorso per autisti al Ministero di giustizia e devo dire che non poteva uscirne descrizione più efficace, ve la lascio, dopo aver chiesto l’autorizzazione ad Emiliano che ringrazio per avermela concessa:
Concorsi pubblici: un’avventura da raccontare
“E insomma settimana scorsa ho fatto un concorso pubblico come aspirante autista al ministero.
Ma non è questo il punto (anche perchè il concorso è andato na merda ma ad onor del vero non avevo studiato e solo con quello che sapevo sono stato bocciato per una sola Domanda mannaggia la miseria).
Il punto è che fare un concorso pubblico non è un’avventura e non puó essere solo una primavera no no no. La cosa veramente difficoltosa del concorso è tutto quel che c’è da affrontare dal momento in cui ti alzi dal letto al momento in cui riesci finalmente a sedette pe fa sto test a crocette della durata di minuti 45.
Viaggio in due co n’amico mio piú sincero che pe fortuna non era un coniglio dal muso nero. C’era da prendere la Pontina, 60 kilometri tra Latina e Roma (Fiera di Roma nel nostro caso quindi c’era l’aggravante di un pezzo de Raccordo) percorribile in tre ipotesi di tempo:
1. 50 minuti
2. Quell’attimo di eterno che non c’è
3. Mille giorni (ti te e di me)
Abbiamo convenuto di partire 3 ore prima (in bici ce ne metto due).
Poi devi posteggiare evitando il parcheggio della Fiera di Roma che costa talmente tanto che puoi pagarlo solo in gettoni d’oro e non c’avevamo spicci. Per cui abbiamo appoggiato l’auto in verticale ad un pilone dell’autostrada che può sembrare un’idea originale ma i piloni erano tutti occupati e quindi abbiamo sperimentato la doppia fila verticale.
E poi da quel momento file, file e ancora file.
File pe piscià, pe registratte, pe prende il tablet, pe prende il posto, pe prenderlo in quel posto. File indiane che magari gli indiani saranno pure capaci a falle ste cazzo de file indiane ma in Italia ce vengono parecchio mosse come le foto. Te lo spiegano all’asilo come se fa la fila indiana quando sei troppo piccolo pe capillo, evidentemente.
E poi c’hanno gridato: “Spegnete i cellulari”. E centomila occhi si voltarono a guardare il cielo con un sospiro leggero e tutti se semo detti: – E chi cazzo è bono a spegne il cellulare? Sapete come se fa?
Insomma alla fine so stato uno dei primi ad entrà dentro sto capannone immenso coi banchetti tipo quelli de scuola. E prima de cominciá ho dovuto aspettà che tutti prendessero posto. E seduto sul banchetto mio, me so visto passà davanti tutta sta fiumana de umanitá.
Co qualcuno c’ho pure chiacchierato. E m’è preso un mezzo magone. M’è preso un mezzo magone a vedè tutti sti omini e ste donne ma soprattutto sti omini. Tutte ste storie che se so incrociate dentro a sto capannone. Uno an certo punto s’è pure messo a piagne. Stava sul banchetto zitto zitto e jo visto le lacrime e l’ho visto che singhiozzava composto. Che non bisognerebbe piagne pe ste cose. E invece no. Perchè non lo poi sapè quello che passa pe la testa delle persone. E quindi ha fatto bene a piagne. Non lo poi sapè esattamente perchè c’era tutto quel fiume de umanitá li dentro.
Qualcuno ce stava pe sport.
Qualcuno se sarà detto ma si, provamoce.
Qualche ragazzo ce stava pe fa contenti i genitori.
Qualcuno pe fa contenta la moje.
Qualcuno pe dasse na possibilità.
Qualcuno pe dasse n’altra possibilitá.
Qualcuno perchè na possibilità non ce l’ha mai avuta.
Qualcuno ce stava pe aspirá ad un po’ de stabilitá e magari mentre rispondeva ai quiz pensava ai figli e a tutto quello che non è riuscito a daje.
Qualcuno voleva cambiá vita.
A qualcuno, licenziandolo la vita gliel’hanno cambiata a forza. E mo stava la.
Qualcuno ce stava perchè non c’aveva n’altro posto ndo potè sta.
Io manco lo so perchè stavo la che tanto non voglio cambiá lavoro.
O magari si e manco lo so. So che eravamo tanti tutti a litigasse sti 1.500 euro al mese che so na benedizione o forse na maledizione va a sapè. Il lavoro rende liberi è proprio na bella frase. Ma poi dipende sempre in che contesto la leggi.
E ho voluto bene a tutta quell’umanità. Tutti aggrappati a na speranza come naufraghi a na zattera. Un’umanità Caciarona, sguaiata, strafottente e disperata. Che na bella mattina s’è alzata e s’è detta, ma si… provamo pure questa“
Considerazioni finali
Ho deciso di riprenderlo perché sarà che adoro i romani, il loro modo ironico di centrare sempre il fulcro delle questioni, sarà che, a mio avviso, Emiliano davvero elencato in pieno tutte le possibili ragioni del perché uno tenta un concorso, chi si vuole dare una possibilità, chi spinto dai genitori, chi é stato licenziato, chi perché vuole dare un futuro migliore a se stesso col posto fisso e magari ai propri figli, chi perché ci ha provato e basta. E poi col suo fare brillante Emiliano é riuscito a far immaginare a chi legge il famigerato capannone in cui si é tenuto il concorso e la sua disposizione interna, io sono riuscita a provare le stesse sensazioni provate quel giorno, dove mi sono sentita un numero in un capannone enorme. Anch’io ricordo di aver parlato a lungo con un ragazzo di Milano ed un altro di Torino due storie completamente diverse che spingevano quelle due persone a provarci. Uno era già nel pubblico ma stipendio scadente e tentava di alzarlo con una posizione migliore, l’altro partita Iva e cercava il famoso ‘posto fisso’, insomma é proprio vero Emiliano ognuno ha la propria storia e chissà quanta speranza é racchiusa in quei 45 minuti.
Grazie per averlo descritto così bene io non avrei saputo fare meglio!

