Oggi torno come promesso a pubblicare un altro post tratto dal profilo ‘Elena Giappone‘, quest’oggi si parla della necessità di potersi fermare, della capacità di cogliere i segnali del nostro corpo, che ci parla, e che chiede ‘una pausa’ dalla frenesia, dalla stanchezza mentale e fisica, una pratica che in Occidente non é particolarmente diffusa, anzi spesso ci si sente in colpa se abbiamo la necessità di prenderci del tempo per noi, come se fosse una colpa. In Giappone non é così anzi é prassi, é normalità, la pausa non si chiede nemmeno é lecita dopo la fatica e nessuno si stupisce della necessità di ‘fermarsi’. Vi lasciamo alle parole di Elena che nella sua pagina Facebook ben descrive questo stile di vita, che sempre più sento mi appartenga.
Vorrei sparire una settimana, e subito dopo ci sentiamo in colpa? Ma ovunque é così?
Vorrei sparire una settimana.” Lo diciamo ridendo, a metà, come si confessano le cose vere. E subito dopo ci sentiamo in colpa, come se desiderare un po’ di lontananza fosse già un tradimento. In Giappone, invece, per questo desiderio hanno costruito interi paesi.
Uno dei più antichi si nasconde tra le montagne di Yamagata, nel nord del Paese, dentro i resti di un piccolo cratere: si chiama Hijiori Onsen, una manciata di locande di legno raccolte intorno alla sorgente. La leggenda della sua nascita risale all’anno 807: un vecchio pellegrino, caduto da una rupe, si sarebbe curato un gomito rotto immergendosi in quell’acqua calda. Il nome è rimasto: Hijiori significa, alla lettera, “gomito rotto”. Un paese che porta nel nome una ferita guarita.
D’inverno la neve lo seppellisce sotto metri di bianco, e per secoli proprio questo lo ha reso prezioso.
Perché Hijiori è uno dei templi del toji, l‘antica arte giapponese della cura termale lunga. Non il weekend alle terme come lo conosciamo noi: settimane intere. I contadini del nord, finita la stagione nei campi, caricavano riso e miso e si trasferivano alle sorgenti: bagni ogni giorno, pasti semplici cucinati da sé, dormire, camminare, ricominciare. Ci si fermava due o tre settimane, il tempo minimo perché l’acqua finisse il suo lavoro, e il corpo, spremuto da mesi di fatica, veniva rimesso a nuovo dall’acqua e dal tempo. Poi, a primavera, si tornava: ai campi, alla famiglia, alla vita.
La parte rivoluzionaria non è l’acqua calda. È il calendario.
Quel ritiro non era una fuga, non era un lusso e non era un sospetto esaurimento da nascondere ai vicini: era una stagione prevista, come la semina e il raccolto. Nessuno chiedeva al contadino del toji perché se ne andava, perché la risposta la sapevano tutti: chi lavora una vita ha bisogno, a intervalli regolari, di un posto dove nessuno gli chiede niente. La lontananza era scritta nel ciclo dell’anno… non contro i legami, ma al loro servizio.
Noi quel posto non l’abbiamo più, e nemmeno il permesso di desiderarlo. Se qualcuno oggi dicesse “mi ritiro tre settimane a riposare”, penseremmo a una crisi, a una malattia, a un matrimonio in pericolo. Così il bisogno resta, ma diventa clandestino: lo chiamiamo “staccare un attimo“, lo consumiamo a pezzetti nei bagni di casa, dietro una porta chiusa a chiave per dieci minuti… e ci vergogniamo perfino di quello. Perfino le ferie le riempiamo di tappe e di impegni, e ne torniamo con addosso il bisogno di una vacanza.
Hijiori racconta che il bisogno di sparire un po’ non ha niente di rotto. Anzi: è esattamente ciò che fanno le cose che vogliono durare. Andarsene per tornare non è abbandonare nessuno. È il modo più antico di restare: tornare interi, invece di rimanere a pezzi.
Un’immagine, prima di ripartire: ancora oggi, ogni mattina presto, le nonne dei villaggi intorno scendono a Hijiori col raccolto dell’orto e aprono il mercato davanti alle locande. Chi è lì per riparare se stesso compra verdura da chi non ha mai smesso di lavorare. Le due cose convivono nella stessa strada, senza giudicarsi… il riposo di alcuni e la fatica di altri, ognuno nella propria stagione.
E intanto il mio toji lo rimando ogni anno, con la scusa che non è il momento: la stessa scusa che un contadino del nord non avrebbe nemmeno capito. Eppure il bagaglio ideale lo conosco già a memoria, ed è da lì che mi accorgo di quanto lo aspetto”
Cara Elena temo che tu sia in buona compagnia molti di noi continuano a rimandare il toji eppure sarebbe così bello abbandonarsi ad esso, senza sensi di colpa, senza doversi giustificare. Chissà che continuando a leggerti impareremo da usanze Orientali sane cosa potrebbe essere più efficace per una vita migliore.
