Giulia Cecchettin è purtroppo morta per mano dell’uomo che diceva di amarla, così come molte altre sue coetanee e molte altre donne, ma come dice il papà di Giulia, che si è dimostrato coraggioso e forte, nonostante il dolore atroce che sta vivendo, riportando sui social una citazione: ‘ L’amore vero non umilia, non delude, non calpesta, non tradisce e non ferisce il cuore. L’amore vero non picchia, non urla, non uccide.

Assolutamente d’accordo anche col messaggio forte mandato dalla sorella di Giulia, per una volta ha esortato a non fare silenzio ma a fare rumore, toccante, a mio avviso l’iniziativa seguita in molte scuole, dove le ragazze anziché fare il minuto di silenzio, si sono alzate in piedi presentandosi ai compagni col proprio nome e affermando di non voler più stare zitte visti i troppi e frequenti femminicidi, dicendo ad esempio: ‘Mi chiamo Marta, sono una donna, e non voglio più fare silenzio”, poi i compagni hanno iniziato con oggetti a fare rumore. E’ stato un bel modo, insolito ma efficace, per onorare Giulia, ed il desiderio della sorella, che sta facendo di tutto perché davvero la sua morte non resti una delle tante, ma rappresenti colei che ha dato il via ad una svolta.

Non so ma credo qualcosa sia cambiato, questa storia ha toccato le coscienze, ha scaldato i cuori, ha indignato più di altre, forse perché i due ragazzi sono scomparsi insieme, si sono cercati insieme, poi qualcosa ha iniziato a non tornare, e si è iniziato a pensare al peggio, all’allontanamento non volontario, poi i video, l’aggressione, l’epilogo, sette giorni in cui ognuno di noi, o comunque buona parte, ha cercato notizie sperando non fosse davvero stato Filippo, il ragazzo descritto come ‘bravo, gentile, a modo’ ad aver compiuto un gesto atroce. Purtroppo gli aggettivi associati a Filippo, come a molti altri ragazzi che hanno compiuto un gesto così cruento e folle, ai danni della propria donna, madre, fidanzata, non hanno più alcun valore, è dimostrano come, spesso, poco si conosca realmente chi ci sta a fianco. Ecco perché sempre più diviene importante fare alfabetizzazione sull’amore, sulla dipendenza affettiva, sui sentimenti. Non si può e non si deve più sentire parlare di raptus, di sindrome dell’abbandono, di dipendenza affettiva, di gelosia, si deve lavorare sulle emozioni, la donna deve poter essere libera di porre fine al proprio rapporto senza temere di essere uccisa, può smettere di amare, deve sentirsi libera di dire ‘no’ se non vuole stare in relazione con qualcuno, e chi gli è affianco deve saper accettare la fine della storia e/o un rifiuto.

Si deve ancora certamente sradicare una cultura patriarcale che vede la donna come ‘oggetto di possesso’ e l’uomo ‘dominatore’ , ma se nelle scuole oltreché a casa si lavora sulle emozioni e sulla gestione delle stesse, forse abbiamo speranze per un futuro migliore, in cui la donna possa sentirsi libera di amare e non essere costretta a farlo per paura di perdere la vita. Come donna e come mamma di due figli spero di cuore avvenga un cambiamento in tal senso, per mia figlia perché possa sentirsi una donna libera ed indipendente e possa amare senza timore, e per mio figlio perché non solo in casa, ma anche a scuola gli vengano offerti gli strumenti idonei per capire che l’abbandono (inteso come la fine di una storia) può far parte della vita e va superato, come ogni altra difficoltà.

Bene l’accelerazione del progetto sulla violenza di genere ed in particolare all’educazione alle relazioni proposto dal Ministro dell’istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ma anch’io come Giovanni Gravili, Presidente dell’Associazione i Nodi D’Amore, ritengo vada affidato a figure competenti.

Non possiamo, dice Gravili, permetterci di affidare un compito così delicato, ad influencer ed attori, solo perché più vicine ai giovani, servono persone competenti, psicologi, educatori, assistenti sociali, avvocati, o testimonianze portate da quelle donne che per fortuna sono scampate ad un’aggressione ed è oggi sono vive e possono sensibilizzare le altre sul saper cogliere per tempo i segnali. Perché come lo stesso papà di Giulia ha affermato, parlare con qualcuno, cogliere i segnali, farsi accompagnare, può salvare la vita.

Inoltre vi è un altro aspetto che spesso viene messo in secondo piano quando si parla di uxoricidio, se il padre uccide la madre, i figli restano sulla carta orfani di entrambi, la prima uccisa, il secondo in carcere, quali tutele vi sono per questi ragazzi vittime di una situazione famigliare devastante? Occorre non solo un supporto emotivo per il dramma vissuto, ma un supporto in termini reali, spesso i ragazzi che non hanno la fortuna di avere parenti prossimi o comunque parenti benestanti, non possono più vivere una vita dignitosa che gli consenta di guardare al futuro. Servono politiche che supportino oggettivamente ed economicamente i figli delle vittime, servono borse di studio che consentano loro di poter proseguire nell’istruzione, servono fondi per un sostegno mensile ed adeguato. Non è umanamente pensabile che questi poveri ragazzi, vittime già di loro di una tragedia famigliare, debbano avere sulle proprie spalle il peso degli errori commessi dal padre. Va offerta loro la possibilità di guardare al futuro, di rialzarsi e di rinascere.

Confido dunque il caso di Giulia sia da leitmotiv, conclude Gravili, per riaccendere i riflettori sulla tematica dei femminicidi e aprire a due svolte importanti: l’insegnamento dell’affettività ‘sana’ a scuola promossa però da chi è del mestiere e non solo per tre mesi l’anno, e un aiuto reale ed oggettivo per i figli delle vittime di uxoricidio. Cambiare si può e si deve, basta la volontà politica.

A cura di Erica Venditti

Ufficio Stampa Associazione i Nodi d’Amore

Di Erica Venditti

Erica Venditti, Classe 1981, giornalista pubblicista dal 2015. Ho conseguito in aprile 2012 il titolo di Dottore di Ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli studi di Torino. Sono cofondatrice del sito internet www.pensionipertutti.it sul quale mi occupo quotidianamente di previdenza.